Purtroppo la pubblicazione di questo mio grido alla vita, e in ritardo al fine.
La Sig. Eluana non c'è più, non hanno voluta più che ci fosse.
Spero che questo articolo possa far riflettere chi nel prossimo futuro dovrà decidere sulle vite dei nostri cari, che non appartengono a nessuno.
Condoglianze ad Eluana.
Peccato un'latra vita è andata via, l'hanno fatta andar via.
Eluana Englaro: Vivere è un suo Diritto [… fino a prova contraria]
Foggia, 07 febbraio 2009
All’ordine del giorno, vi è il clamore suscitato dal caso della Sig.ra 38enne Eluana Englaro.
TV, radio, giornali ne parlano e sparlano. In piazzetta, nei locali, nel consueto “struscio cittadino”, fra giovani e meno giovani, finanche fra i bambini, non si fa che parlarne. Tutto questo è’ giusto e lo ritengo tale non per la scelta fra la vita e la morte della sfortunata signora, ma per la Persona ed i suoi Diritti, quelli Umani, per la centralità e l’importanza che la Persona Umana, occupa nella società.
E’ storia, ahimè, la causa che ha innescato il caso “Eluana Englaro” (determinando i fatti oggi discussi) e ripeterla non farebbe male, in virtù di una memoria che quotidianamente si ripete sulle strade italiane e nella società civile.
18 gennaio 1992, ore 04.00 circa, una BMW 320 esce fuori strada, sbanda e la conducente ne perde il controllo. D’improvviso un suono afono, sordo, cupo (dissonante nella fattispecie del luogo), prevale sugli altri. L’auto si schianta contro un palo della luce sulla strada di Pescate, vicino Lecco, ai margini stradali del lago di Garlate. Le persona al volante, una donna, Eluana, non da segni vita, ma respira. Ricoverata, i medici diagnosticano la frattura della seconda vertebra cervicale (una quasi condanna alla paralisi totale) e un gravissimo trauma cranico; poco dopo, Eluana va in coma. Un coma tremendo, di quelli che difficilmente se ne esce fuori. Difatti il padre, conscio della gravità del caso e, forse rassegnato ad una vita piena di dolore, alla notizia dello stato comatoso vegetariano permanente chiede ai medici di lasciarla morire. I medici, giustamente per la scienza che rappresentano, non ci stanno a tal gesto, definito irrazionale ma soprattutto professionalmente incoerente con il protocollo medico del caso. Da allora Eluana vive intubata da un sondino nasale per alimentarsi ed è attaccata ad una macchina che monitora costantemente lo stato di salute. Sono passati 17 lunghi anni, terribili, interminabili per molti, normali per altri, ed Eluana è li, VIVA, ma inanimata. Il suo stato comatoso è permanente, non irreversibile, perciò speranzoso scientificamente in un risveglio, seppur lontano.
Da ieri in Parlamento si discute il disegno di legge sulla “Alimentazione ed Idratazione per soggetti non autosufficienti” con non poche polemiche e scontri fra il mondo cattolico e quello laico (così lo definiscono solo perché non si è preti e differisco sonoramente da questa definizione alterata dal e nel tempo; si veda l’etimologia ed il significato della lingua italiana), sia a livelli istituzionali che politici. C’è da ricordare che l’Italia è sempre stato un paese molto cauto a formulare leggi di natura etica che si scontrassero con i cattolici, sia per la prevalenza di questa cultura, sia per il continuo “disturbo” del Vaticano. Non a caso in quest’ultimo evento, il Vaticano, lecito per la missione a cui è chiamato, ha fatto sentire la sua potente voce ricordando il rispetto della vita secondo il Dogma cattolico e della Costituzione Italiana. Questo, un intervento che ha trovato terreno fertile per una strumentalizzazione dei laici (o non sacerdoti, per essere chiari nei prossimi interventi in merito al termine!). A parer mio e maggiormente nel caso specifico, non bisogna trattar l’evento dividendo le scuole di pensiero (se così potremmo definirle) dove si vedono schieramenti opposti: da un lato i cattolici, dall’altro i laici. Sarebbe saggio incontrarsi e perseguire una linea etica e di pensiero rivolta al bene del soggetto valutando caso per caso le esigenze, ma maggiormente le verità scientifiche rispettando i Diritti Umani e della Vita. In Italia, per ora (e speriamo mai, per quanto mi riguarda), non è consentita la pratica della “Buona Morte”, l’Eutanasia, una pratica “indolore” che pone fine alla vita umana con malattie incurabili (allo scopo di eliminare la sofferenze), malattie all’ultimo stadio, dove la scienza non può più intervenire ne con persone, ne con macchine; contrariamente e o per disperazione o fede, ci si affida ad entità soprannaturali, entità religiose qualunque esse siano.
Tanto per essere chiaro fin dall’inizio, “IO NON CI STO”, e vi spiego il perché.
Innanzitutto preciso che la Libertà Individuale della Persona Fisica, Eluana inclusa, è INVIOLABILE e INSOSTITUIBILE.
In generale, la pratica della buona morte è pur sempre un’alterazione, se non proprio una violazione ai Diritti Umani volti alla Vita, un diritto sancito ed esercitato dalla “Dichiarazione Universale sui Diritti Umani” stabilito dalle Nazioni Unite all’art. 3 del 10/12/1948 ed inoltre stabilito nella Costituzione Italiana nell’art. 2 sull’inviolabilità dell’Uomo. Giuridicamente è così e perciò chiunque cagioni o favorisca la morte ad una Persona, commette un reato, l’omicidio. Se poi è la persona malata che chiede la Buona Morte ma non ha mezzi per farlo, chi la favorisce commette un’ istigazione al suicidio e perciò perseguibile penalmente.
Nel caso specifico, non è che sia tanto diverso, ma vi sono fattori più intrinseci che determinano la diatriba fra persone, istituzioni, religiosi, atei, laici, politici, insomma non v’è convinzione a porre termine ad una vita che soffre, ma scientificamente vive.
Ad Eluana da 48 ore (da quando ho scritto questa mia riflessione) è stata sospesa l’alimentazione chimica di cibo ed acqua che perdurerà fino a morte cerebrale e poi fisica. Il mondo scientifico è diviso sullo stato di questa morte, sostenendo gli uni la “non sofferenza” gli altri la “sofferenza”. Ma a quanto pare, nessuno ha evidenziato un fattore basilare a tal atrocità: la sospensione del cibo e dell’acqua è un gesto voluto da terzi e non dal protagonista e questo, e me ne assumo la responsabilità, per me un omicidio. Non è una forma di morte naturale, come viene descritta nei media; l’interruzione di cibo e acqua è un sistema invasivo, causato e non accidentale, mentre la morte naturale avviene pur alimentandosi, ma per natural morte del corpo.
Il mondo scientifico, inoltre, asserisce che dopo 10 anni di coma vegetativo permanente le possibilità di un risveglio sono più che rare. Rincalza la dose allorquando si afferma che Eluana non ha rapporti con il mondo esterno e perciò non utile, purtroppo, alla società. I medici continuano insistendo sulla dipendenza da farmaci per evitare infezioni, prevenire trombosi (perché è inanimata), contrastare crisi epilettiche (per il trauma cranico).
Ed allora, per questo dev’essere condannata a morte? Affatto, seppur vi è una speranza di risveglio e lo stato attuale lo preclude, pur dopo 17 anni, Eluana ha diritto di VITA ed è dimostrabile con poche testimonianze che il suo corpo inanimato dimostra.
Eluana scientificamente vive, non si muove, ma respira con i suoi polmoni, digerisce con il suo apparato digerente, ha finanche il ciclo mestruale. Questa è vita, Eluana è una signora che vive. Tecnicamente potrebbe generare vita e se può far questo, ELUANA E’ VIVA.
E’ vero, è attaccata ad una macchina, ma che non la tiene in vita, la controlla. Eluana non si muove e la scienza lo spiega, ma quello che non riesce ancora a spiegare è se Eluana pensa. Eluana è in coma vegetativo permanente e non irreversibile, e per la scienza è uno stato intermedio, non sa se la psiche è cosciente. Io affermo che in tal stato nessuno può appropriarsi della vita altrui, decidere se vivere o morire, menchemeno lo può fare un pezzo di carta legale o il disperato e continuo appello del padre affranto dal dolore, pur essendone il tutore.
Un medico è chiamato a curar la vita e non ad interromperla o cagionar morte. Nel Giuramento di Ippocrate (420 a.C. circa) si legge: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Forme etiche e deontologiche che un medico deve ricordare in ogni momento della sua vita, perché un medico fa del suo lavoro uno “Status Operandi”. In questa figura scientifica, vedo la soluzione più razionale e giusta a tal problema: un medico in scienza e coscienza deve saper quando e come intervenire, senza carte ne testi legali e tanto meno credenze religiose, ma solo con il raziocinio della sua mente, del suo saper scientifico; questo a parer mio è il giusto, a prescindere se lo scienziato è cattolico, musulmano, induista, buddista, ateo, etc… Parallelamente, però, non può destar consiglio altrui suggerendo di “cessare la lotta e quindi rassegnando l’inevitabile così lasciando che l’ammalato prenda congedo nella propria casa , salutando la vita nel luogo in cui la vita é trascorsa”. Parole che alla lettura di un recentissimo articolo locale di un professionista del settore, mi hanno reso dapprima perplesso, poi ancor più fermo sulla mia convinzione alla vita. Una convinzione che scaturisce dalla ristrettissima percentuale che Eluana ha di risvegliarsi, quindi ritornare ad essere animata (pur con problematiche motorie). Contrariamente darei ragione al medico locale se la vita del malato fosse in condizioni irreversibili, preferendo ad una struttura ospedalizzata la propria dimora e così lasciando ai parenti la decisione del trapasso.
A tal proposito m’interrogo ponendomi un esempio: quando un bambino nasce prematuro o con qualche aggravante che non preclude la sicura morte (contrariamente se fosse anencefalo ed anche qui ne potremmo dire tante di versioni), il medico lo aiuta a vivere inserendolo nell’incubatrice perciò favorendo la vita, così rispettando la sua mission, quella di far vivere la vita umana. Perché non farlo con Eluana che è viva? Solo perché lo stato comatoso perdura da 17 anni e perciò con rare speranze di rianimazione?
No, “IO NON CI STO”!
Almeno il medico deve pretendere la vita e lo dico senza alcun influsso religioso, anzi voglio essere ateo per un momento, rivendicando il diritto alla vita, alla tutela della salute, un diritto che neanche il Popolo Sovrano può cambiare.
Il Parlamento, nell’occasione, legifererà in tempi rapidi. Molti politici hanno detto che c’è un vuoto nelle attuali leggi e che dev’essere riempito per decidere su prossimi casi analoghi. La Costituzione Italiana nell’art. 1 ricorda che il Popolo è Sovrano, poi rappresentato dai nostri parlamentari. Bene, ma il Popolo può essere Sovrano quanto vuole, ma non può appropriarsi della vita altrui, la può regolamentare nel bene e nel male, ma senza interromperla.
Ora vi pare che una legge possa fare questo?
Il timore che mi rende pensieroso è che in un prossimo futuro si arriverà finanche per legiferare sulla Dolce Morte o Eutanasia che sia, e sarà, per me, un atto arrogante che brutalizzerà l’Uomo, che non rispetterà il suo simile, moralmente diverrà una legge fuori legge. Se poi dobbiamo allinearci ad altre democrazie, con costumi ed usanze diverse dalle nostre, promuovendo anche il Testamento Biologico, a parer mio andremo incontro a situazioni paradossali, dove chiunque avrà la facoltà di decidere come e quando morire. C’è da dire anche che nella formulazione di una legge, il legislatore deve tener conto di tre fattori fondamentali per rendere sovrano il popolo, ovvero: interpellare il Credente, il Non Credente, il Diversamente Credente, sesso a parte perché c’è parità. Ed è proprio in questa fase che chi legifera crede di aver reso univoca la volontà a promulgare la legge. Giustamente per tutto il resto, ma non per interrompere la Vita Umana.
No, “IO NON CI STO”!
Il padre di Eluana, seppur nel dolore, nella mortificazione visiva che ha nell’assistere la figlia, non può pretendere la Dolce Morte, non può decidere al posto di Eluana. La libertà individuale della persona fisica, appunto di Eluana, è INVIOLABILE e INSOSTITUIBILE.
Testimonianze asseriscono (e ci crediamo tutti per la buona fede risposta nei soggetti che le affermano) che Eluana, da Persona Animata (non dico VIVA perché lo è tutt’ora) ha manifestato un forte attaccamento alla vita ed alla sua vivacità, al punto sconvolgente di pregar anni addietro per la morte di un suo amico nella sua stessa condizione attuale. Questa sua volontà purtroppo è stato oggetto di decisioni legali precedenti in merito al termine della sua stessa vita, di Eluana, poi ribaltate da altre magistrature. Questa volontà di Eluana nei confronti dell’amico in fin di vita, credo non è stato altro che quel grido di dolore che si rivolge alla Fede nei momenti di maggior sofferenza che giustifica il fine nobile ma non il mezzo se cagionato da terzi. Semmai questa sua volontà non era altro che un appello a Dio per far morire secondo natura l’amico, ovvero senza cause terrene. Purtroppo, come spesso accade, le parole vengono strumentalizzate al punto da distorcerne il significato, per poi ottenere una giustificazione al gesto innaturale di interruzione volontaria della vita. Nessuno mai si è chiesto se questa può essere la giusta interpretazione di Eluana nelle parole col cero in mano innanzi a Dio? O è più comodo pensare il contrario, padre ed amiche incluse? Riflettiamoci sopra, perché potrebbe essere un precedente pericoloso, un motivo in più per giustificare il Testamento Biologico e, ancor più abominevole, l’Eutanasia. E questo lo ammetto senza minimi termini, pur sapendo che il mondo laico (riferito a chi non indossa la tonaca e non a chi non è religioso) facilmente mi attaccherà definendomi un bigotto arcaico legato alla Chiesa. Guardate, non è così; la mia posizione sull’argomento trattato è razionale in virtù dei Diritti Umani e della Vita. Ma poi, è possibile che ogni qual volta si parla di decidere su azioni etiche, inevitabilmente si tira in ballo la laicità contrapposta alla cattolicità? I Laici siamo noi, quelli senza voti ecclesiastici, altrimenti saremmo tutti sacerdoti o frati. Perciò finiamola di associare il laico al “mangia preti”; l’Ateo è quest’ultimo.
E se capitasse a noi una tragedia simile? Come ci comporteremmo? Come agiremmo? Cosa decideremmo?
E’ difficile stabilirlo, purtroppo. Avete ragione, la tragedia bisogna viverla. Ma sono fermamente convinto che la vita altrui non mi appartiene e perciò non posso estinguerla, seppur sia un mio caro e nella peggior delle ipotesi …. (meglio non pensarci). Non è codardia, è razionalità e lo dev’essere per tutti se ci definiamo umani; è fede e amore per chi crede, laico o sacerdote che sia, è amore per chi è ateo.
Ora Eluana vive in un letto di Udine, nella clinica “La Quiete”, dove viene assistita alla morte e non alla vita, che paradosso. Ma come una clinica che da la morte invece di curar la vita, difficile a crederci. Gli son stati interrotti gli alimenti e chissà come starà soffrendo la dolce Eluana, e chissà se vorrà morire; non lo sapremo mai per il momento. Ebbene si, sono sempre indotto a pensare all’altra alternativa, che un giorno si riprenda dal coma e che possa dir la sua; solo qui sarà libera di vivere o morire, ma che sia Lei a stabilirlo.
Nel frattempo posso o possiamo sperare in una riattivazione dell’alimentazione, che possa tornare nella sua Lecco nel letto che le tanto amate Suore hanno fatto e disfatto per anni e che sono pronte a rifarlo per il resto della vita naturale di Eluana.
“IO NON CI STO”!
ELUANA DEVE CONTINUARE A VIVERE FINO A CHE LA NATURA FACCIA IL SUO CORSO.
Nico Baratta